Immagini e parole . Dicenda Imago

by :
Parole di una donna,
visioni di un uomo.
Progetto di versi ed immagini
di Cristian Palmieri e Rosanna Volpe.

Tra i petali della tua fragilità
dorme un passato rubato,
sogni incastrati tra i denti della notte.
Nella trasparenza della tua verità, manifesta vanità,
protetta dalle legature della tua anima,
si intuisce il desiderio di apparire,
intrigante, ma dolente voto di non sparire ancora.


Ho ritrovato i miei vecchi occhiali in quel cassetto polveroso , in cui, inavvertitamente, avevo nascosto i tuoi silenzi e miei avanzi. Mi confonde, ora, la luce di ogni faro, il tuo orgoglio, quel foglio, la mia inanità, la mia vanità.


Ti ho pensata e ti ho amata.
Mi sono seduto sui gradini del cielo e ti ho vista sorridere.
Ti sei spogliata davanti ai miei occhi.
Mi hai regalato le tue nudità, ma mi hai nascosto l’altra metà,
quella più intima,
quella labirintica,
quella che rivela la tua natura
e svela la tua paura.
Ti ho, allora, regalata al tempo e ho chiuso i miei occhi adoranti, pensandoti ancora,
ma senza rimpianti.


Mi pentirò di non averti assolto,
perché sei la mia rabbia,
che travolge e annega il diritto alla sofferenza,
anche piangere,
trovarsi a star male,
ogni respiro un affanno,
la forza d’urto di un danno
contro le mie costole,
solo un frangente, forse un fendente.


Ho toccato i tuoi sguardi e letto la tua pelle.
Ho visto la vita che vorrei e gustato il trascorrere del tempo tra le nostra dita.
Ho ascoltato il cielo e parlato alla terra sotto i nostri passi.
Ho accarezzato l’ignoto e afferrato l’oblio.
Ho vissuto mille vite, anche la tua.


Nelle mie vene e nelle mie mani
la delicatezza di quel sentiero
che porta al tramonto,
un racconto,
quando tutto diventa cielo e mare,
quando anche i margini si perdono e si disperdono in un desiderio,
un assedio,
in un bacio che si fa materia,
ora, sempre, la mia arteria.


Non ho più scuse per baciarti,
non voglio più cancellarti,

o forse sì,
o forse voglio un altro sì.

Lotto con me stessa,
o forse lotto contro di te, sottomessa,
che mi hai lasciata qui,
in fondo ad un declivio,
ferma ad aspettare,
all’ennesimo bivio.


Insignificante per i più,
quello scorcio eri tu,
come quelle emozioni al limite che hanno il sapore delle Baccanti di Euripide.


Vorrei toccarti, ascoltarti e
fondermi nei tuoi pensieri,
nei tuoi insondabili desideri.
Ma il mio destino mi schiaccia al suolo,
così come le convenzioni agli obblighi del ruolo.


Quando tu avrai sentieri per raggiungermi, io esplorerò vette nuove,
mi confonderò con i perduti silenzi

per toccare ciò che mi muove.
Sposterò lassù ogni desio
e vi nasconderò il mio oblio.


Mi lascio cadere su un vuoto screziato;
cerco, nuda e informe, un colore macchiato;
gioco, invisibile, con l’aria robusta;
graffio ogni superficie che ritengo per me giusta.


Ti parlerò ora dell’autunno,
della mia strada,
del ritorno,
ti racconterò di ogni singolo secondo…

mi volto,
ti ascolto,
ci ha distolto,
quello stolto,
inenarrabile maltolto.


Ci incrociamo, ma non ci fermiamo.
Note stonate,
sillabe dimenticate,
sguardi intermittenti,
contatti assenti,
pelle dura,
morbo senza cura,
binari distanti,
ragioni insignificanti.
Così, ci guardiamo,
ma non ci vediamo.


Silenziosamente
Irrompe senza scegliere delineabili dettagli,
incespica, silenzioso, fra il rumore indiscreto delle voci,
si insinua, involontario e casuale,
sceglie note e frammenti di un’esistenza per assemblarli confusamente nel ricordo
e irriverente ausculta indiscreto il battito lento del volgere verso ponente,
alla luce fioca di un istante perso e mai più vissuto nell’insondabile gioco dell’eterno ripiegare sull’inane tentativo di capire e sospendere in un attimo che è finito, l’indefinito mistero del de-finir.


Le mie catene, oh, le mie catene, certamente le mie pene;
i miei vezzi, tutti quei vezzi, sempre estremamente solerzi;
i tuoi veleni, quelli molto spesso senza freni.
L’acqua, il mare, il mio mare, e la libertà un giorno di andare.


Ho bisogno di leggerezza, anche quando, poi, il vento mi spezza. Non posso fermare i miei passi, nemmeno davanti ai vostri sassi; non posso ruotare senza vibrare. Non posso vivere e lasciarmi uccidere.


Non voglio sentire il profumo di un fiore,
senza riconoscerne il colore;
non voglio sentire i battiti del mio cuore,
senza riconoscerne l’ardore.


13. La mia pelle si confonde con il tempo,
mentre il tuo odore, ora, si disperde nel vento.
La mia mano resta ferma sui ricordi,
mentre strappa via veli, segni e sogni irrisolti.

La mia pelle si confonde con il tempo,
mentre il tuo odore, ora, si disperde nel vento.
La mia mano resta ferma sui ricordi,
mentre strappa via veli, segni e sogni irrisolti.


E rimani vuota e nuda in quell’involucro di paglia
che brucia in un istante,
senza nuvole e montagne
a tracciare le distanze,
ma con un pugno di domande e il ricordo di una stanza.


Danziamo con il nostro opposto e
camminiamo con l’eterno scontro tra raziocinio ed inconscio.
Siamo schiuma sulla sabbia ed
istinti chiusi in gabbia.
Abbiamo infiniti colori ed
indossiamo solo certi valori.
Siamo pace e terra,
cielo e guerra.


Ho indossato per te calze nere, sere sole, ore intere, giochi matti, tacchi alti, tormente spente e danze lente. Ora, però, voglio solo la tua mente.


Si perde nell’indefinito candore,
che è ineffabile purezza,
l’incontenibile ebrezza
dell’esser solitari
tra le innumerevoli vette,
che, invano, sfiorano lari
mentre il battito del cuore travalica,
fugge e cerca ripari,
inseguito da una bianca eco
che avvolge ed inebria
l’incanto di un momento!


Paesaggi innaturali

Sconfinato ed eterno,
a te mi arrendo,
perché non so andare
oltre quel tuo limitare.
Rami sparsi e occhi arsi,
il mio divagare e il tuo sconfinare.
Non sono in grado di cercare risposte,
ma rifuggo quelle imposte.


Ti ho vista lì, in quella foto. Ho guardato il tuo viso distratto, ho ritratto la tua figura distante, ho delineato il tuo essere fugace ed immanente, ho amato la tua istantanea e il tuo assoluto apparente


Ci incontriamo ogni mattina nella tazzina sporca del caffè. Ci ascoltiamo senza parlare, che non serve parlare quando il buio guida il nostro fare. Ci ritroviamo sempre, quotidianamente, nello stesso pensiero, sullo stesso sentiero


Senza respiro ho accolto il tuo vorticoso andare e, mentre tu occupi i miei spazi, io ho ancora bisogno della tua bocca e della mia penna, del tuo parlare e della mia pelle


Non sa di essere nuda,
la tua anima,
mentre l’abbraccio e ne riconosco l’umore.
Mentre l’assaggio e ne sento l’odore.


La paura, sai, a volte, raccoglie lapilli del mio vagare in questo mondo e ne fa briciole di un’esistenza affannata e lontana. E, allora, mi nascondo e ti vengo a cercare, perché ho bisogno di sentire il mio essere e il suo divenire.


A te penso mentre mi distendo su questa Terra che respira… e, come lei, vorrei sentirmi ancora viva! A te penso e ripenso, mentre sfoglio questo album sbiadito, che mi ritrae sempre con lo stesso vestito. Ma non voglio colorare questa coltre bianca, voglio sporcarla con la mia mano stanca.


Non ho nulla da dire, ma tu non lasciarmi in equilibrio su questo mappamondo ingiallito, perché le mie gambe vacillano e il mio cuore stanco rischia di cadere. Trattienimi e solleva le mie incertezze, perché le mia dita sfiorino l’orlo di un sublime imperfetto.


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