#59 Antonella A.

Posted on: 05/19/2019, by :

Le Donne Fuori dall’ombra 
59 Antonella
(ritratto 2017) 
Dettaglio e intervista

Anni 45.
Nata in un pomeriggio di fine maggio, in una stanza di hotel in un ridente paesino della costa abruzzese.
Sposata da sempre, un figlio di 18 anni, mia croce e delizia.
Sono una fiorista, innamorata dei colori.
Adoro il buon vino, rigorosamente con l’aggiunta di gassosa, il cibo, le serate tra amici o stringere l’uomo che amo tra le coltri di un letto sfatto nelle domeniche d’inverno. L’ultima, la prima in assoluto.
La mia più grande passione è la scrittura. Riuscire, con le parole, a emozionare. Prendere per mano il lettore e trascinarlo a forza o accompagnarlo dolcemente tra esse. Permettergli di guardarmi negli occhi per scorgere ora l’uno ora l’altro personaggio che ha vissuto nella mia anima, ha faticato a venire fuori e il cui ricordo, barlume di esistenza, vive ancora dentro di me.
Mi sono scoperta autrice per caso, in un pomeriggio di fine maggio, in una stanza di hotel, come se una bottiglia di bollicine fosse stata stappata all’improvviso e il contenuto riversato ovunque. Mi sono scoperta coraggiosa perché ci vuole coraggio ad andare incontro ai propri desideri, a soddisfare i propri bisogni, a sfamare la bestia che si annida vicino al cuore e reclama attenzioni. Le donne sono esseri meravigliosi che riescono a compiere grandi azioni, specialmente quando hanno consapevolezza di loro stesse e si convincono a uscire fuori dall’ombra in cui si sono costrette a vivere.

L’ultimo capitolo di ROSSA COME IL FUOCO

So perfettamente cosa state pensando in questo momento. Vi immagino, sapete, seduti comodamente su una poltrona o tra le coltri calde di un letto sfatto, le mani tra le pagine e gli occhi sulle ultime parole scritte.
Non riuscite a capacitarvi di ciò che vi ho appena raccontato della mia vita.
Non riuscite a immaginare una ragazza, giovane, bella, sfrontata, padrona della sua vita che desidera, brama il dolore: la frusta, un paddle e mani energiche a dispensarlo.
Immagino le numerose domande affollare la vostra testolina.
Com’è possibile concedersi a un uomo così? Com’è possibile essere normali o conservare un po’ di sanità mentale con desideri così laceranti? Da costringervi a implorare, per averne di più: più dolore, più passione, più possesso.
La risposta è in poche semplici righe.
Io gli appartengo e gli ho fatto il dono più grande che una donna possa fare al proprio uomo: gli ho regalato il mio corpo.
Senza limiti, senza indugi, senza divieti. E gli ho dato io il permesso di usarlo come meglio vuole.
Non perché me lo abbia chiesto, non perché me l’’abbia imposto, non perché me l’’abbia ordinato, semplicemente perché sono io a volerlo, a desiderarlo con tutte le mie forze. Immagino. Immagino perfettamente di sembrare una sciocca.
È sciocco, secondo voi, appartenere a un uomo che mette il vostro piacere sopra ogni cosa?
È sciocco, secondo voi, ammirare l’uomo che ha imbrigliato i vostri demoni e vi ha accettato per quella che siete, infiniti difetti e migliaia di pregi compresi?
È sciocco, secondo voi, iniziare a vivere con il suo primo sorriso, la mattina presto, quando ancora addormentata vi infila una mano tra le cosce solamente per ricordarvi chi vi fa fremere nel profondo?
È sciocco, secondo voi, chiudere gli occhi prima di coricarvi con il suo sorriso sulla pelle calda e arrossata, dopo che ha martoriato il vostro corpo godendone appieno e procurandovi talmente tante sensazioni contrastanti da non riuscire a farvene una ragione?
È sciocco, secondo voi, ringraziare per essere stata punita dopo avergli urlato, in un impeto di rabbia mentre teneva in sospeso il vostro corpo “il bisogno di te mi degrada”? Non c’è degrado nel riporre la massima fiducia nel tuo uomo e nel lasciargli il comando, consapevole che non verrà disattesa.
È sciocco, secondo voi, riporre fiducia nell’uomo che vi è accanto, certi che non sarà mai tradita? Mai?
È sciocco secondo voi, desiderare una vita fatta di emozioni forti, passionali, estreme, al limite del lecito, che ti fanno desiderare, implorare di morire mille volte e rinascere altrettante per ricominciare daccapo?
È sciocco, secondo voi, adorare l’’uomo che sa perfettamente cosa il vostro corpo brama, anela, desidera ardentemente, nonostante la vostra mente, sì, proprio la vostra mente si rifiuti di accettarlo e si ribelli?
Sì, a volte è sciocco; un gioco sciocco in cui il desiderio di ribellione e di supremazia hanno la meglio in quei giorni in cui la mentalità innata da sottomessa fatica a piegarsi. Ma in realtà c’è la certezza che è un gioco che non potete vincere perché siete voi stesse a non volerne uscire vincitrici.
E l’amore? Vi starete chiedendo, l’amore non conta?
Non è forse amore quello che vi ho appena descritto?
Non è forse amore appartenere a un altro essere umano, senza esitazioni, consapevoli di ciò che siete veramente, di ciò che desiderate realmente, fregandovene dei giudizi di chi non concepisce o non crede in quello che siete?
Non è forse amore andare incontro, con coraggio e passione, con forza e carattere, con sana paura, ai vostri desideri più profondi e abbracciarli, capirli, imparare a conviverci? Sfamare la bestia infida che si annida qui, vicino al cuore, e che vi costringe a urlare impotenti e a chiedere di più, per essere finalmente soddisfatti e sentirvi vivi, come non mai?
Vi assicuro, è amore. E rispetto, innanzitutto per voi stessi, per ciò che siete e per ciò che volete essere per l’altro.
Amo tutto questo. E lo ama anche lui. E ho smesso di chiedere scusa per ciò che sono, per ciò che desidero, per quello che faccio. Felice, estremamente felice, di aver trovato l’uomo con cui farlo. E appagata in una misura che non avrei mai potuto neanche lontanamente sperare.
Lo so, non riuscite a vedermi in questo momento. Ma forse riuscite a immaginarmi.
Sono passate da poco le ventiquattro e il mio uomo non vuole andare a dormire, non ancora.
Vuole finire le ultime pagine del suo libro. Poesie, credo. Non serve che vi dica che io adoro i romanzi e di poesie in realtà non me ne interesso minimamente.
Il ristorante è vuoto, il maitre è andato via venti minuta fa, siamo soli.
È seduto alla sua solita poltrona, elegantemente abbigliato, come suo solito; il bicchiere di cristallo mezzo pieno del suo liquore ambrato preferito, il libro sulla gamba accavallata, il sigaro in bocca.
Fremo, non perché io sia completamente nuda, esposta, vulnerabile e lui completamente vestito. Fremo al ricordo del primo orgasmo che mi ha procurato ieri sera con il contenitore di alluminio che conteneva il pregiato sigaro che ha tra le labbra in questo istante.
E l’unico pensiero che ho è che vorrei essere quel sigaro per avere le sue labbra addosso o le pagine del libro di poesie per avere le sue mani ad accarezzarmi.
E brucio d’amore al solo pensiero del momento in cui deciderà che ne ha avuto abbastanza: del sigaro, del libro, del mio corpo in attesa.
E mi prenderà, mi farà sua.
Perché io sono sua. Per sempre. Indissolubilmente.
Lo so io. Lo sa lui. Lo sa il mio corpo.
E allora guardate, guardate com’è bello e affascinante.
E ora guardate me.
Nuda, favolosa, i capelli rossi che incorniciano il mio viso, i capezzoli irti, il sesso eccitato, seduta compostamente ai suoi piedi, su un cuscino morbido, che non volevo e su cui mi è stato ordinato di sedermi, entrambe le mani appoggiate su un suo ginocchio, la mia testa adagiata sopra.
A guardarlo, adorarlo. Amarlo. Profondamente.
Lo so cosa state pensando, mi sembra quasi di sentire i vostri pensieri e di notare il vostro sguardo accigliato, meravigliato.
Ma state tranquilli.
Veramente.
Sono esattamente dove voglio essere.
Con tutta me stessa perché io sono sua, gli appartengo.
Per sempre. E io so che non mi deluderà. Mai.
Cecilia
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